UN PO' DI STORIA

LA QUESTIONE SAHARAWI IN SINTESI

1975: l'indipendenza negata e la guerra con il Marocco

Nel 1975, dopo anni di lotta del Fronte Polisario (Fronte Popolare di Liberazione della Saguia el Hamra e Rio de Oro), il Sahara Occidentale non ottiene l'indipendenza dalla Spagna e viene subito occupato dal Marocc, a nord, e dalla Mauritania a sud, in base a un accordo segreto tra i due paesi africani, stipulato a Madrid. Migliaia di saharawi fuggono dai bombardamenti dell'aviazione marocchina (che utilizza bombe al napalm e al fosforo sui villaggi) accampandosi nel deserto Algerino, vicino a Tindouf. Qui presto si concentrano tutti i profughi e qui il Fronte Polisario, nel 1976, proclama lo stato indipendente "in esilio" dei saharawi: la Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), che verrà riconosciuta da una settantina di paesi.

1976 - 1991:il conflitto armata con il Marocco

Nel Sahara Occidentale il Polisario inizia una dura guerriglia di resistenza. Nel 1979 la Mauritania ritira le proprie truppe. Il Marocco allora, appoggiato da Spagna, Francia e Stati Uniti, raddoppia lo sforzo bellico e occupa anche la parte meridionale del paese. Ma il Fronte Polisario reagisce con forza, e nei primi anni '80 riesce a liberare varie zone dall'occupazione marocchina. Rabat risponde edificando una muraglia fortificata, minata ed elettrificata lunga 2.500 chilometri in cui racchiude i territori occupati, e al riparo della quale inizia una massiccia colonizzazione, accompagnata da una sanguinosa pulizia etnica contro i saharawi.

1992-2004: il referedum per l'autodeterminazione indetto dall'Onu e mai effettuato

Fuori dal muro la guerra continua. Nel 1991 l'ONU riesce ad imporre il cessate il fuoco e l'organizzazione di un referendum per l'autodeterminazione del popolo saharawi sotto l'egida di una missione delle Nazioni Unite (Minurso). Dopo lunghe e difficili trattative, la consultazione viene fissata per il 1992, ma il Marocco boicotta in ogni modo la preparazione del referendum, continuando le azioni militari e contestando i criteri di definizione della base elettorale (che secondo Rabat deve includere anche i coloni marocchini). Così la consultazione viene rimandata al 1998, e poi ancora al 2000. Ma non accade nulla. Ad oggi, nonostante le minacce del Fronte Polisario di riprendere le armi se la situazione non si sblocca, la celebrazione del referendum appare ancora lontana e l'occupazione marocchina del Sahara Occidentale prosegue con frequenti aggressioni nei confronti dei civili che manifestano pacificamente.
La comunità internazionale sembra incapace a sollecitare una soluzione giusta pur riconoscendo, di anno in anno, il diritto al referdum di autodeterminazione.

 

 

 

 

 

 

 

dal 2005 ad oggi: inizia l'intifada saharawi

La situazione nel Sahara occidentale occupato si fa esplosiva a maggio del 2005: Nei territori occupati continua la repressione delle manifestazioni pacifiche dei sostenitori saharawi e marocchini del Referendum, e tutto ciò nel silenzio assordante della comunità internazionale. Nel 2007 si insedia un nuovo segretario dell’ONU , e per la prima volta l’Italia siede nel Consiglio di sicurezza e vota a favore della risoluzione che prevede il diritto al referendum. Si avviano nuovi colloqui con la mediazione dell’Onu, ma senza risultati significativi.

 

Un popolo che lotta pacificamente per i suoi legittimi diritti

Il popolo saharawi é un popolo che soffre, che lotta sul piano politico per ottenere l’indipendenza, un popolo che ha bisogno del riconoscimento di chi é disposto a darglielo. Ora più che mai il Fronte ha bisogno dell’appoggio dell’opinione pubblica internazionale, dato che da vario tempo ha cessato le azioni militari e si è dichiarato pronto ad accettare un’amministrazione internazionale composta dall'ONU e dall’OUA, chiedendo in cambio il mandato alla Minurso di vigilare sul rispetto dei diritti umani nei Territori Occupati.
Raccogliamo le nostre forze per superare questa che é una colpa storica.

L'organizzazione democratica dei campi profughi

I circa 2000.000 Saharawi dei campi profughi di Tinduf (Algeria hanno relizzato una dell esperienze politiche e sociali più interessanti del nostro secolo: la costruzione di uno Stato in esilio, la RASD (repubbica Artaba Saharawi Democratica).
l'organizzazione spaziale dei campi, si ricrea l’identificazione ed il legame con la patria di origine. I Saharawi hanno voluto costruire un’organizzazione sociale dove tutti sono chiamati a ruolo attivo, dove sono valorizzati gli anziani e soprattutto dove le donne condividono responsabilità a tutti i livelli. La priorità spetta all’educazione ed alla sanità, dove il ruolo delle donne è particolarmente importante. Tutti i giovani ricevono un’istruzione a livello elementare e ora anche medio ed esiste malgrado lo scarso materiale sanitario, una diffusa medicina di base. Gran parte dei mezzi materiali provengono dalla solidarietà internazionale, seppur negli ultimi anni gli aiuti sono stati dimezzati. Il largo margine di autonomia e di iniziativa lasciato agli organismi locali, Wilaya (Provincia) e Daira (Comune), ha stimolato l’ingegnosità e la creatività saharawi, che si esplica in attività come il recupero e il riciclaggio di qualunque tipo di materiale, nella creazione di esperimenti agricoli, nella nascita di centri culturali, e di laboratori artigianali, il mercato e altre piccole attività.

Trasformazione sempre più stanziale dei campi algerini

L’aspetto dei campi è profondamente cambiato dal 1975-76 ad oggi. Le tende innalzate con pezzi di stoffa sono sostituite o affiancate da piccole costruzioni in mattoni di sabbia, di recinti per delimitare gli spazi e vivere in maggiore intimità.

Le strutture pubbliche, scuole, dispensari, centri amministrativi sono tra le prime costruzioni in mattoni di sabbia, progressivamente ingrandite e migliorate, di gabinetti con fossa biologica per evitare le epidemie, l’illuminazione delle case comincia ad essere assicurata anche da pannelli solari. A partire dagli anni 90 il denaro comincia a circolare, consentendo di integrare l’alimentazione e l’acquisto di alcuni beni di consumo.

Le donne hanno costituito cooperative “miste”, mettendo insieme materiali e competenze diverse, per creare un reddito, pur piccolo, che consenta di migliorare la vita della propria famiglia.

Rimane prioritaria la questione politica che permetta il rientro nella propria terra, e quindi la possibilità di sviluppare attività nel territorio del Sahara Occidentale libero.